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Perché è importate investire


Oggi svisceriamo un argomento che sta alla base di tutto: perché investire è così importante e, soprattutto, perché a un certo punto della vita non è più solo una possibilità, ma diventa una scelta da fare.



Innanzitutto, partiamo dal significato della parola investire.

Investire significa impiegare risorse nel presente per ottenere un beneficio futuro.



Semplice, nulla di più nulla di meno. Dovrebbe essere in sé una cosa piacevole, utilizzo qualcosa oggi, tempo, energie, denaro, con l’idea che domani quella scelta mi restituisca qualcosa in più. Già di base, questa definizione è affascinante: chi non vorrebbe che il proprio sforzo si trasformasse in qualcosa di più grande?  È lo stesso principio per cui si studia, si lavora, si fanno sacrifici. Nessuno farebbe nulla se non ci fosse, da qualche parte, un’aspettativa di miglioramento.



Personalmente, questo concetto da solo mi convince a voler investire.


Eppure, se investire fosse davvero solo questo, non staremmo nemmeno a parlarne. Investirebbero tutti, senza esitazioni, senza dubbi, senza discussioni infinite. Il punto è che in questa definizione manca un dettaglio fondamentale. Un dettaglio che cambia tutto. 



Il risultato non è certo.



Perché investire sarebbe facilissimo se ci fosse una garanzia scritta in fondo alla pagina. Metti X oggi, ottieni Y domani, senza sorprese, senza scossoni, senza notti insonni. In quel mondo lì investirebbero tutti, nessuno escluso. Il problema è che quel mondo non esiste. E, a pensarci bene, non potrebbe nemmeno esistere.


Ecco perché molti si fermano, ma ci sono altri punti da considerare, altri motivi che rendono l’investimento non solo un’opzione, ma una vera necessità per chi vuole proteggere e far crescere il proprio futuro finanziario.


L’investimento, quindi, vive di una variabile che dà fastidio a chiunque: il rischio. E’ ciò che rende l’investimento incerto, ma è anche ciò che lo rende possibile. Senza rischio non esiste rendimento.


Ed è proprio qui che nasce uno dei grandi equivoci. Spesso si pensa che non investire significhi non rischiare. In realtà significa scegliere un rischio diverso, solo che è meno evidente e fa meno rumore. Lasciare i soldi fermi dà una sensazione di sicurezza, perché il numero sul conto non scende, resta lì, immobile, rassicurante. Peccato che nel frattempo il suo valore reale stia lentamente scivolando via, un po’ alla volta, senza avvisare.


Il rischio, quindi, non è un’opzione che puoi accendere o spegnere. È sempre presente. La vera scelta non è se rischiare o meno, ma quale rischio assumersi. Quello di vedere il capitale oscillare nel breve periodo o quello di essere certi di perdere potere d’acquisto nel lungo periodo?


Ed è comprensibile che questa consapevolezza spaventi. Perché investire significa accettare l’idea di non avere tutto sotto controllo. Significa convivere con l’incertezza, con i mercati che salgono e scendono, con decisioni che vanno prese senza avere tutte le risposte. Non è una sensazione naturale, soprattutto per chi è cresciuto con l’idea che i soldi vadano protetti, non esposti.


Eppure è proprio questo passaggio mentale che fa la differenza. Investire non vuol dire scommettere, non vuol dire buttarsi alla cieca, non vuol dire cercare il colpo di fortuna. Vuol dire accettare che il futuro non sia perfettamente prevedibile e, nonostante questo, provare a prepararsi nel modo migliore possibile.


Qualcuno potrebbe far notare che, tutto sommato, negli ultimi vent’anni l’inflazione non è stata questo grande mostro. Niente a che vedere con gli anni ’70, quando i prezzi correvano come se non ci fosse un domani. Ed è vero: per molto tempo l’inflazione è stata bassa, quasi invisibile, tanto da farci credere che il problema fosse definitivamente archiviato.


Poi però arriva la realtà, che ogni tanto ama ricordarci che le certezze sono spesso temporanee. Il biennio 2022-2023 è stato un bel risveglio. Altro che inflazione sotto controllo: 8,2% nel 2022, 5,6% nel 2023.


Traduciamo.


100.000 euro nominali a inizio 2022, lasciati fermi, nel giro di due anni si sarebbero trasformati in circa 87.000 euro di potere d’acquisto reale. Una perdita del 13% senza aver fatto nulla. Nessuna scelta sbagliata, nessun investimento azzardato, nessun errore clamoroso. Solo il tempo che passa e i prezzi che salgono.


Sul futuro, poi, possiamo fare tutte le previsioni che vogliamo, ma la verità è che nessuno lo conosce davvero. Potremmo attraversare anni di inflazione moderata, tranquilla, quasi noiosa. Oppure potremmo ritrovarci di nuovo in periodi di aumenti rapidi dei prezzi, come quello appena vissuto. La storia ci insegna che entrambe le cose sono possibili.


Ed è qui che entra in gioco il concetto di prevenzione. Un medico non aspetta che la malattia esploda per consigliare uno stile di vita sano. Allo stesso modo, investire non serve a rincorrere l’inflazione quando è già fuori controllo, ma a proteggere i risparmi prima che il danno sia fatto.


Il primo vero motivo per cui investiamo quindi non è diventare ricchi, ma non perdere soldi. Mantenere il potere d’acquisto, preservare ciò che abbiamo costruito nel tempo. Già questo, da solo, sarebbe un obiettivo più che dignitoso. Sapere che i miei 100.000 euro, tra vent’anni, valgano ancora 100.000 euro in termini reali è rassicurante.


Poi però c’è un passo in più. Perché una volta messa in sicurezza la base, nasce spontanea una domanda: se mi prendo un rischio calcolato, se mi informo, studio e agisco con criterio, perché dovrei limitarmi a conservare? Perché non provare a far crescere il patrimonio?


Qui spesso scatta un equivoco. Quando si parla di rendimenti, sembra subito di entrare nel territorio della fortuna, del colpo giusto, della scommessa. In realtà non c’è nulla di magico. La crescita del capitale è la conseguenza naturale di un approccio consapevole: tempo, metodo, pazienza. Non si tratta di azzeccare il momento perfetto, ma di stare nel mercato in modo coerente.


Facciamo un esempio semplice, concreto, senza formule astruse.
Mettiamo da parte 200 euro al mese. Non una cifra folle, non un sacrificio estremo. Lasciati fermi sul conto corrente, dopo 20 anni avremo risparmiato 48.000 euro. Un bel gruzzoletto, per carità, ma niente di più.


Ora immaginiamo la stessa identica cifra investita nel mercato azionario globale per 20 anni, da novembre 2005 a novembre 2025. Dopo 20 anni il capitale non sarebbe più 48.000€, ma circa 160.000€, oltre il triplo. La differenza non nasce da versamenti aggiuntivi, ma dal tempo e dagli interessi composti che fanno il loro lavoro, lentamente, senza clamore.


E più il tempo passa, più il divario diventa evidente. Dopo 30 anni, prendiamo da novembre 1995 a novembre 2025 i 72.000€ risparmiati diventerebbero oltre 310.000€ investendo nello stesso indice. A quel punto non stiamo più parlando di qualche migliaio di euro di differenza, ma di una distanza enorme tra le due scelte.


Investire quindi non serve solo a difendere il denaro già accumulato, come se fosse un vaso fragile da tenere lontano da urti e correnti d’aria. Serve soprattutto a costruire qualcosa che abbia la forza di sostenere progetti di lungo periodo. Una strategia ben pensata permette di affrontare con maggiore serenità spese importanti, come l’acquisto della prima casa, il percorso educativo dei figli o quei viaggi che rimandiamo sempre a “quando sarà il momento giusto”. Spoiler: il momento giusto raramente arriva da solo.


Allo stesso tempo, investire consente di programmare la pensione con un minimo di dignità, senza dover incrociare le dita sperando che qualcuno, prima o poi, ci pensi al posto nostro. L’indipendenza economica non è un lusso, è una forma di tranquillità mentale che si costruisce nel tempo, un passo alla volta.


Investire con cognizione di causa significa trasformare i desideri in obiettivi concreti. Significa scegliere strumenti adatti alla propria situazione, pianificare con pazienza e lasciare che il tempo e gli interessi composti facciano il loro lavoro.


Ecco perché investire non è un vezzo, né una moda del momento, ma una scelta di buon senso. Ecco perché andrebbe fatto il prima possibile, quando il tempo è ancora dalla nostra parte e può lavorare al posto nostro.


In Italia esiste il problema aggiuntivo che si somma a tutti quelli già citati e rende il tema ancora più urgente. La pensione pubblica, per come è strutturata oggi, difficilmente sarà sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita. L’assegno INPS, nella maggior parte dei casi, coprirà le spese essenziali, ma poco più.


Questo significa una cosa molto chiara, anche se un po’ scomoda da accettare: il futuro previdenziale non può essere delegato interamente allo Stato. Va costruito, pezzo dopo pezzo, con consapevolezza e anticipo. Prima si inizia, meno sforzo serve. Più si rimanda, più il conto diventa salato.


Nel vivo di questo argomento entreremo lunedì prossimo. Perché parlare di pensione non è affatto prematuro, anche se spesso fa finta di esserlo. Anzi, è uno di quei temi che tutti evitano… finché non diventa impossibile ignorarlo.


Buon appetito, a lunedì prossimo!